IL CASO LUIGI BERLIOCCHI, memoriale in aggiornamento continuo
MEMORIALE (in aggiornamento continuo)
IL CASO LUIGI BERLIOCCHI
di Elisabetta Berliocchi B.
Era una fredda giornata di dicembre. La neve, con il chiarore della sua coltre soffice, avvolgeva la collina di Belvedere. Ne sentivo la carezza, che riscaldava il mio cuore, in inverno. Un raggio di sole entrò ad illuminare il feretro in cima alla navata, vicino al presbiterio. Lì, papà, c'eri tu. In quel santuario dedicato alla Madonna, la nostra Mamma celeste, a pochi giorni dal Natale trascorso insieme, non un matrimonio ma il tuo funerale si stava celebrando. Certe cose, inaspettate e imprevedibili, non si dimenticano. Inaspettate perché tu, con dolce fierezza, da inguaribile ottimista, ci rassicuravi dicendo, "vivrò altri vent'anni, non mettiamo limiti alla Provvidenza!" Lo dicevi, sentendo nel cuore l'eco di quelle parole, le parole del dottore, anche lui tuo amico, di una precisione chirurgica: "hai dai due ai sei anni di vita, se non ti operi, ma se ti operi, hai il 50% di possibilità di sopravvivere". Sei anni. Parole che noi figli non sentivamo e che non hai condiviso. Era il 1992. Un raggio di sole passava, indisturbatamente, attraverso le aperture di quella chiesa in cima al colle da dove, tu, dominavi e servivi la vallata. Un colle un tempo brullo, reso verde dai "tuoi" alberi, che ancora oggi, nonostante un incendio, accompagnano chi, da Tifernum Tiberinum, si dirige verso il mare. Uno dei tuoi tanti doni alla comunità, "caro Babbo Natale", come ho sentito chiamarti dopo la tua morte, piombata nella mia vita il 28 dicembre quando avevo ventuno anni e frequentavo l'Università. Eravamo tutti a casa quel pomeriggio. Riposavi nella tua stanza studio. Stavo alla tua scrivania, dove guardavo, in tua presenza, alcune foto della tua vita precedente, senza noi, riposte in una scatola del tuo archivio. Mi chiedesti di andare in camera, volevi dormire, ed io lo feci. Uscii. Ti ritrovammo con le gambe a terra e la schiena sul letto. Ti stavi alzando. Luca, provò di tutto, tutto ciò che un ragazzo di 16 anni poteva fare: aceto, respirazione bocca a bocca. David, con il pigiama e le ciabatte, corse dietro la macchina dell'amministratore delegato, appena partito, lasciando sulla neve le sue impronte di bambino. Abitavamo in un appartamento di una delle fabbriche da te fondate. Correva più forte che poteva, ma lui non lo vide, e non si fermò. Lo vidi io però, affacciata alla finestra per guardare il mio fratellino di tredici anni. E forse tu. Nel frattempo avevo chiamato la Croce Rossa, ma sentii nel cuore, come ascoltando un sussurro d'angelo, che eri già volato in cielo. La mamma piangeva disperatamente. Aveva perso l'uomo della sua vita. Accorsero poi dagli uffici, arrivò l'ambulanza e ti portarono all'ospedale, quell'ospedale costruito ai piedi del santuario di Belvedere, dove eri stato varie volte. "Hai vissuto troppo", ti disse il medico, "hai stancato il tuo cuore". In un attimo arrivammo, in un attimo eri spirato. Parola dei medici.
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