#BrunelloCucinelli, garbato ma non troppo...

...BRUNELLO CUCINELLI, garbato ma non troppo...

di Elisabetta Berliocchi B. 




L'ha firmato Giuseppe Tornatore. E si vede da quell'atmosfera che si respira soprattutto nella prima parte, quando racconta il Brunello bambino e la vita di campagna in una famiglia patriarcale umbra, la sua. Lo racconta. Lo fa per bocca delle due figlie, che parlano di papà con ammirazione e commozione, vivendolo nella quotidianità. Lo fa per bocca della moglie, che conosce e ama da quando avevano 16 e 17 anni, e insieme iniziarono l'avventura imprenditoriale, partendo dal negozio di lei nel borgo che gli ha rapito il cuore. Lo fa per bocca di cugini, amici di vecchia data e personaggi noti del jet set internazionale, pronti a ricordarlo o ad omaggiarlo in vita. Ma soprattutto lo fa per bocca dello stesso Cucinelli, che si muove in locations del passato, tra gli interpreti che vestono i suoi panni e quelli dei suoi cari, e in spazi che ha costruito, imbevuto di quella cultura europea che affonda le radici nella classicità greco-romana e nel Cristianesimo. Infatti anche in quest'ultimo "settore" non si è fatto mancare nulla: chierichetto da bambino, tra devozione e tradizione contadina; partecipe alla vita di paese e interprete di primo piano da ragazzo nel Presepe vivente, in un ruolo che non poteva che far suo, non è difficile immaginare quale; amico di certi preti di strada che ha incontrato, ammirato, e con cui ha giocato, nel docu-film viene "incensato" persino da un cardinale, per anni arcivescovo del nostro territorio, e da un monaco benedettino, seduto su un "trono" di pelle capitonnée... C'è persino il simbolismo massonico, quel tipo di "spiritualità" che sfugge ai più. C'è l'eco di quei misteriosi cerchi nel grano, visti dall'alto, disegnati su vasti lembi di terra che lui ha voluto "adornare", facendo radere al suolo capannoni industriali (a suo dire dismessi) per il semplice gusto di farlo e di rifare (a suo piacimento e per il proprio piacere visivo) lo skyline della vallata sottostante la sua "principesca" dimora. Capannoni che ha comprato per poi distruggerli, neanche fosse 'l MrBeast "de noaltri". Capannoni che avrebbero potuto continuare la loro esistenza seguendo la vocazione per la quale erano stati creati o venire riconvertiti d'uso, come quelli valorizzati dal maestro Alberto Burri. E questo dà la misura del "tutto", per usare le parole dei filosofi che lui ha fatto scolpire da uno scultore (tutti se li è fatti fare, ne manca qualcuno?, si chiede l'artefice), attorniandosi di una galleria che farebbe invidia a prestigiose istituzioni museali. Non ne esce bene Brunello Cucinelli da questo docu-film di due ore passate in un attimo. Non ne esce bene, nonostante la musica di Nicola Piovani, e quelle note composte per la colonna sonora. Non ne esce bene perché emerge "il suo ego smisurato", come direbbe qualcuno tra gli AD che conosco. Non ne esce bene perché il bambino che era e il ragazzo che ha visto umiliato il padre non lo hanno preservato dal fare, al di là delle apparenze e in altri modi, gli stessi errori di chi lo ha ferito, pure quando arrivato a Perugia "incespicava" parlando il dialetto, con quell'inflessione che suscitava l'ilarità dei compagni di classe. Non ne esce bene perché per chi ha studiato da sempre e fatto divenire parte di sé ogni lettura degli "amici" scrittori che ha letto, è un po' grottesca questa superfetazione culturale che ha messo in atto, quasi fossero teatro, la vita e la cultura che per alcuni, molti, coincidono. Non ne esce bene perché di certo non è un "exemplum virtutis" per le nuove generazioni mostrare con orgoglio quei 10 anni che ha vissuto in un bar a "cazzeggiare" (lo dice la moglie), guadagnando soldi giocando a carte, frequentando disperati e prostitute per non restare solo e vivere emarginato da una società "cittadina" che lo snobbava prima di leccargli, molto dopo, ad ogni occasione il fondoschiena. Non ne esce bene perché è un insulto al merito di tanti universitari che "si sono fatti il c _ lo" sui libri, dando un'infinità di esami per quei titoli e quella vita di studio che amano profondamente, vedere che l'Università degli Studi di Perugia ha conferito la laurea honoris causa a chi ha dato un solo esame (quando poteva impiegare in biblioteca quel tempo passato nel "retrobottega") e ha osannato, per bocca di un Rettore, quello che era un "emerito cazzone", come direbbero i suoi "amici di bevute" e come si diceva in gergo nelle bettole di caravaggesca memoria dove persino Cristo si fermava, ritratto da quell' artiste maudit nemico-amico dei cavalieri di Malta. E ha già pensato all'epitaffio, dopo aver stabilito, lui, che esiste l'aldilà (nel film a un certo punto dichiara che a circa 60 anni ha deciso che esiste un oltre la vita terrena, e fin qui niente di strano, ma ascoltate come lo dice...è sempre il come che fa la differenza, lo ribadiva un mio direttore responsabile, così come un altro ci insegnava a ispirarci al cinema nei titoli degli articoli) quasi fosse il Padreterno che stabilisce, inoltre, chi è "una persona perbene" e chi non lo è, espressione questa che financo i preti usano con prudenza e che invece "il Brunello garbato" utilizza con sfacciata prodigalità. Quel garbo che lui rincorre tanto nelle parole, nei toni, negli abiti e nei pullovers, e che un semplice gesto smentisce, quel gesto di cui va fiero (si vede nel docu-film in modo ricorrente, come un refrain che ritorna ad ogni successo) quasi fosse una questione di carte che ha in mano o assi nella manica che sa usare e che getta sul tavolo al momento che più gli conviene con un fare da rapace. Indubbiamente un uomo scaltro e fortunato, come un giocatore di carte per l'appunto. Bravo Brunello! Peccato per quella lacrima, anzi due, che sono scese, pesanti e lente, lungo il mio viso fino alla bocca, a inizio film, pensando all'infanzia e alla prima giovinezza di mio padre in una famiglia patriarcale nella sperduta campagna della provincia perugina, in collina, che faceva chilometri a piedi proprio come te per andare a studiare, che quasi venerava suo padre come te il tuo, ripagandolo poi per ogni sacrificio fatto per lui, che trattava i ministri come i suoi operai, stando con tutti davvero bene, che però la mamma non l'aveva e quando lo mandarono a 11 anni in seminario, lui ci restò, non fece come te che tornasti dopo un giorno da mammà, e studiò, studiò tanto, tanto da divenire prete, e questo sì che fa la differenza, la fa davvero.



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S.S. SPECIALE e STATALE, secondaria di I grado presso Istituto Serafico, a chi serve una SCUOLA pubblica così?Assisi. STUDENTI CON DISABILITA' CERTIFICATA SENZA IL SOSTEGNO. BOCCIATURE "A PIOGGIA" PER TRATTENERLI QUI. Docenti "in ostaggio" del bisogno. Didattica che per lo più non c'è. Alunni "invisibili". Lo stigma della malattia mentale.